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L’attrito della cultura: perché comunicare il patrimonio non è una questione di marketing

Questo spazio ha promesso di rifuggire le risposte facili, i framework pronti all’uso e l’ottimismo di
facciata. Mettiamo alla prova questa promessa analizzando il primo editoriale del nostro sito: un
dialogo nato nelle aule dello IULM tra il Prof. Stefano Rolando e Andrea Maulini, costruito attorno
al saggio Comunicare la cultura.
Chi si aspetta un manuale di istruzioni su come riempire le platee rimarrà deluso. Quello che
emerge da questa analisi è una mappa delle rinunce, delle complessità e delle scelte radicali che
chi fa comunicazione culturale oggi non può più rimandare. Non cerchiamo consenso, cerchiamo
precisione. E la precisione, in questo settore, passa per lo smantellamento di diverse illusioni.

L’inganno del “prodotto” e il peso dell’identità La prima verità scomoda è che la cultura rifiuta la
semplificazione rassicurante del marketing tradizionale. Sebbene le tecniche e i modelli possano
essere mutuati dai settori commerciali, il “prodotto” culturale porta con sé un groviglio di valori,
storie e persone che le aziende tradizionali non possiedono. Definire la cultura non solo come
patrimonio, ma come patrimonio identitario, significa imporre una visione politica e sociale: la
cultura è l’identità di un territorio. Come ricordava Paolo Grassi per il Piccolo Teatro di Milano, è
un servizio pubblico essenziale, al pari dei vigili del fuoco o della metropolitana. Iniziative come le
Capitali della Cultura si reggono proprio su questo assunto: lo sviluppo culturale deve farsi motore
di crescita per l’intera comunità. Comunicare tutto questo non ammette scorciatoie.

La fine degli alibi e il trauma dell’impresa Per decenni, le istituzioni culturali italiane si sono
adagiate su una gestione confortevole, sostenuta da finanziamenti pubblici erogati “a pioggia” che
non richiedevano alcuna competenza imprenditoriale. Oggi, con la drastica riduzione di quei fondi
e la loro subordinazione a indicatori spietati (numero di visitatori, fatturato, efficacia
comunicativa), il settore è stato costretto a un doloroso “rodaggio”.

È qui che nasce l’attrito che tanto cerchiamo. Il successo di una strategia di comunicazione si
misura nella sua capacità di innescare cambiamenti reali nella personalità e nell’identità di un
ente. Ma questo richiede coraggio. L’insuccesso, al contrario, si annida quasi sempre nelle piccole
strutture, spesso a trazione familiare, che chiedono aiuto sperando di aumentare gli incassi, ma
opponendo una resistenza atavica a qualsiasi profonda messa in discussione di sé. Vogliono la
soluzione, ma rifiutano la fatica del cambiamento.

La nicchia, l’offerta obsoleta e le scelte coraggiose Non c’è spazio per letture compiacenti del
mercato. I dati ISTAT ci impongono di guardare in faccia la realtà: la platea culturale italiana è una
nicchia. Parliamo di 5,5 milioni di italiani per la musica classica e di 16,8 milioni per mostre e
musei. Un pubblico ristretto, ma estremamente evoluto, informato e attivo sui canali digitali.

Il vero paradosso è che spesso questo pubblico non trova un’offerta all’altezza. Troppe rassegne e
stagioni teatrali sono costruite su logiche vecchie di decenni, assecondando dinamiche interne
autoreferenziali piuttosto che le reali esigenze della contemporaneità. L’unica via d’uscita risiede
nella contaminazione e nelle prese di posizione nette, come dimostrano le logiche multidisciplinari
dei festival moderni (es. il Festival della letteratura di Mantova), capaci di rompere i recinti
tradizionali mescolando spettacoli e laboratori con maggiore efficacia rispetto alle classiche
stagioni “teatrali”.

Autorevolezza, politica e il rumore di fondo Che il committente sia un ente pubblico o un privato,
la domanda latente è sempre la stessa: la ricerca di “autorevolezza”. Una credibilità che si
costruisce con il tempo e che mal tollera le ingerenze. Sebbene i professionisti di lungo corso
riescano a mantenere un’indipendenza dalle richieste di orientamento politico (“a destra” o “a
sinistra”), è innegabile che i cambi di vertice istituzionale trascinino spesso con sé staff privi di
esperienza specifica, scelti per logiche estranee al merito. È il rumore di fondo di un sistema che
talvolta fa arenare visioni di lungo periodo, come il progetto – curato dallo stesso Maulini ma
rimasto a un passo dalla vittoria – per la candidatura di Maratea a Capitale Italiana della Cultura.

Oltre i mezzi: ecosistemi e nuove complessità Come dice il nostro manifesto, il problema non
sono i mezzi. I canali social, pur seguitissimi, sono spesso gestiti in modo superficiale. Ma
soprattutto, i media tradizionali non sono più “tutto”. La reputazione di un’istituzione culturale si
gioca su una rete complessa di “punti di contatto” (touch points): recensioni, siti web, interazioni
fisiche e digitali, dove ogni elemento diventa veicolo di comunicazione.


E in questo scenario che abbraccia ormai per osmosi anche il mondo dello sport – fatto anch’esso
di valori, narrazioni e pubblici digitali – l’intelligenza artificiale non arriva a semplificare il lavoro,
ma a elevarne ulteriormente il livello di complessità.


Se cercate risposte facili su come vendere la cultura, fermatevi qui. Se cercate di capire che ogni
atto comunicativo in questo settore è una scelta, una rinuncia e una profonda assunzione di
responsabilità, continuate a porvi le domande scomode.